Quando un lampo riavvolge la mia sete all’inverso

Dove, l’anfora scheggiata dalla carestia fatta uomo
è precipitata, oltre l’insonne stupro al firmamento?
Dev’esserci stato un alibi, un atto estemporaneo
che si tende oggidì ad addurlo come fenomeno,
un macroscopico esempio di schiaffo alla sequela
e alla sua tramortita castità.
Forse sarà precipitata, pensarono in molti,
in complessità di frantumi
dall’idioma scomparso, nella ripida calunnia,
quell’acclamata pietra che, netto, il viso taglia.
Oppure, come sussurrò il vegliardo,
lasciva di bocche si adagiò nell’inflorescenza polare
ove nessuna sete pesca.
Ovunque il cielo l’abbia tradotta,
l’unica certezza riguarda la chiarità del suo ansimare.
Non per se stessa, ma per la disumana violenza
che l’ha creduta, da sempre, sepolta.
E respiro, adesso, nel cuore della notte,
leggenda di vetro che mi scuote il diaframma,
quando un lampo riavvolge la mia sete all’inverso.

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