Presso i fiumi ingrossati dalle verità

Non me ne pentii.
Il tramonto roteava nel suo tramonto e la sera più non era. Le tenebre che penetrarono gli occhi miei nella loro fissità sembravano diluire il loro acuto peso verso la solennità del corpo, membra vive di una rielaborata speranza fruttata con l’incedere della rinnovata virtù e nell’assidua sua pratica. Oh pensiero, il cui margine visivo rendeva l’intelletto tanto terso quanto più addolorato, avresti mai immaginato del mare che ti spinse nelle sue sfiorite dune a quale vento si sarebbe dovuto sottomettere prima di lasciare la tua infanzia, neanche sbocciata, alla mercé delle carogne e degli avvoltoi? Nei pressi del mio petto crebbe e ricrebbe l’uomo, sopravanzando le età, allattato dalla furia dei fenomeni. D’un tratto scorsi le infatuazioni pregresse e i frutti di ogni vanità marciare verso di me come un popolo non in pace con sé stesso, una massa scettica dal guardare avanti nel mio nuovo cielo e in terra nei suoi delittuosi passi. Eppure, senza la cosciente volontà, io intercedevo, presso i fiumi ingrossati dalle verità, per i tanti assilli che avrebbero di lì a poco reso contaminata ogni realtà, dal sepolcro del mio passato. Avevano, le tenebre, appena cessato d’essere, con la loro estranea temporalità, nelle pupille della mia anima non ancora rinnovata che già possedevo il bacio del mio stesso mistero come di un amante la rosa mistica sulle sue labbra. Fu in un momento di calma esigua ed evanescente che brillò sul mio capo, ad altezza non misurabile dalle chiavi dei miei spalancati sensi, con tutta la sua violenza la bellezza, l’eterna, nell’amplesso libero della conoscenza, roteante la loro missione nei consensi dell’alba.

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