Per unirsi al diapason degli azzurri canti

La porta si schiuse agli occhi di entrambi e divenimmo cuore dell’oggi. Nel rumore dei miei passi si alternava il silenzio dei tuoi, sulle mie tracce aleggiavano le tue rincorse, i piaceri innocenti e le future visioni. Che una donna può portare in grembo il frutto di tanto amore mi pareva illogico, quanto più quell’inviolato grembo era il frutto stesso di tanto amore. O abbracci che la notte scompensano le tenebre invidiose, baci che la carne non può comprendere in quanto creatura violata da una diversa missione: quale volo più audace ci costrinse a dissetare oltre noi l’immensità delle nostre anime pronte a destare, dall’indesiderata letargia dei mondi, la gravità del sonno dalla genuinità quasi perfetta dell’indomato sogno? E questa comprensione infallibile che ci volle fuori dai nostri medesimi corpi per unirsi al diapason degli azzurri canti, dei sorpresi giorni, è divenuta, oggi, l’indimenticata forma di una luce che di proprio coraggio bissa l’appetito dei più duraturi lampi, echi che ancora bagnano di antiche voci la nostra pelle lasciando umide queste labbra ridenti per l’incarnazione degli ultimi baci nell’opera più maestosa che potevamo compiere.

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