Nella prole delle parole

Cos’è che manca in quest’insonnia parca, frugale, anestesia di un labbro che non desidera morire, né lasciarsi andare, alla fuga di tutte le ore che anticipano l’alba e che illividiscono le frementi partiture dell’acquitrino a mezzaria della sera breve? Vuotati. Sii come la falsa canizie del rantolo che si fa menzogna nel malessere della cupa libagione sul cranio di tanti, troppi anonimi non consapevoli dell’austero soporifero inganno e nei mortiferi flussi dominati dall’etere scongiungiti. La voglia che su quel labbro adesso si accende chiamala pure senza nome. Difatti appartiene all’effluvio dal verde raggio espatriato nella brughiera generata da lontane atmosfere, pari all’eco dei suoi occhi scossi d’azzurro nella prole delle parole.

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