Millenni partoriti nel battesimo del più breve istante

Stellato su stellato,
quale ampiezza notturna
l’anima nutre, l’occhio assale.
Non sempre ho desiderato, non sempre,
tale pregiato lenzuolo sulla tavola del mio cuore,
per lasciar sfamare le non più parole,
il desiderio sfuggito all’azzurro,
ed una piazza che non trascino più,
dove non cala, di fianco alla mia sedia,
la tua silente sazietà o, almeno, l’iride acceso,
alimento vivo del tuo amato nome.
La sconosciuta grammatica dell’usignolo e del gabbiano
si forgiò nella vergine attesa dell’astro neonato.
Quale vastità non elaborabile fu l’ascendere della notte.
Ho ancora le labbra intrise di lacrime,
baci profusi sulle scale delle vive ondulazioni,
ed il fiato, questo fuoco schiuso e già sparso
perso nell’incarnato sangue di luci snudate,
millenni partoriti nel battesimo del più breve istante,
immerso, ciononostante, dall’infinito amore.


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