Mi collocai nel desiderio espresso dalla finalità del tutto

Attorno a me il sinedrio della farsa si estendeva per cubiti di millisecondi e in larve agglomerate atte a sformare l’esattezza metrica di decine e decine di stadi. Elevato nel sintomo della parola, nonostante le mie riluttanze derivate da generazioni dalla cervice dura e dalla concupiscenza nella quale gran parte degli uomini estraevano il loro male più infimo, interiore, mi collocai, per una causa superiore a qualsiasi forma intellettiva, esterna a qualsiasi sapienza riconosciuta come tale dal tempo esternato in relativa disciplina umana, nel desiderio espresso dalla finalità del tutto, dalla bontà del principio nel principio. Il mio spirito fu trascinato con delicatezza inumana presso le venature delle celesti altitudini, oltre la diramazione selettiva di ogni scienza. E bevvi aria, zolfo e l’indicibile mistura del suono, accompagnato da moltitudini di cori dallo stendardo inconosciuto che mi elargirono la fonte della visione e del coraggio. Vidi, d’un tratto, oltre un colle situato alle rette linee della beltà incarnata innanzi al mio battito duplicato, replicato per la combustione dell’etere che mi circoncideva l’anima, l’Assoluto. Non aggiunse che lettere sul mio capo, mentre la mia bocca sentì un indaffarato bisogno di essere ancora più amata. Quale percezione mi raccolse in quel sintomo parlato io non saprei definirla con similitudini dalla stesura, dal linguaggio e dall’opera che mai appartenne a uomo. Io fui ricolmato negli strumenti edificativi della Città.

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