L’ultimo Battesimo





Così dice il Signore degli eserciti:
“Le larghe mura di Babilonia saranno rase al suolo,
le sue alte porte saranno date alle fiamme.
Si affannano dunque invano i popoli,
le nazioni si affaticano per il fuoco”.

(Ger 51, 58)


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Nel nono mese, il ventiduesimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore si è posata su di me, costituito dal Permanente, prima del tempo e dei suoi tempi, nella trasposizione dell’Immutabile, per opera del suo santo Spirito.

Dello sdegno tuo colmo, mi hai edificato in un calice traboccante sette radici che si sostengono senza sostenersi. Verranno ad esso per dissetarsi, come ad una fonte di ebbrezza e di smarrimento, molti popoli e tutte le nazioni. Confusi andranno, dopo essersi abbeverati alle sorgenti della tua ira solenne, verso le piantagioni del pianto e del lutto per l’adunanza ultima di tutte le stagioni, dapprincipio pronunciata dalla tua santa parola. Sì. Un giorno che nulla segue e che niente precede attende l’unzione sua, di fuoco e di sangue. In esso vi si batterà il petto ogni vivente, perché nessuno potrà ritenersi giusto dinanzi al volto del Signore. Ecco. Nella Valle della moltitudine si seppelliranno vivi i morti, e i morti si riesumeranno vivi. Cesseranno i figli di preparare il fuoco. Le madri non accenderanno più le fiammelle per cuocervi il frutto del loro grembo, per versare sangue innocente. I padri taceranno dinanzi all’opera inutile delle loro mani, attraverso la quale in molti modi e tempi hanno offeso non te, o Onnipotente, bensì sé stessi, rendendosi sempre più oggetto di vituperio, di scherno, e di scempio tra i mortali. Hanno seminato macerie, rendendo infeconda la terra: non mieteranno che cenere. I mortali. Forse che l’uomo ha dimenticato la sua natura corrotta, derivante dalla polvere e dal fango, ed ha creato tante di quelle divinità fasulle, in specie di generati aborti della più squallida idolatria, da non sopportarle più, fino a ergersi egli stesso a un dio? Egli ha fatto una cosa nuova ai nostri giorni: la stoltezza interpella la vanità come maestra di vita, ma la vanità, a sua volta, la proclama stoltezza la quale, per orgoglio e vanità, si rivolge alla superbia. Oh, colpa! Colpa così antica quanto nuova che, senza nulla mutare, ti tramuti nel peccato. Come ti sei insinuata: penetrando da occhio a cuore tutto hai pervaso. E senza nutrire alcuna pietà per gli uomini.

Piangi. Sii qual donna che si dispera per la morte del suo primogenito senza darsi pace. Piangi. Non allargare con lo stibio ciò che avanza del tuo sguardo ammalato, rasati le tempie e fa’ voto all’Altissimo: potrebbe muoversi ancora una volta con misericordia verso di te, il Compassionevole. Sì. Lacrima sul suo petto e non abbia a stancarsi il tuo occhio, ed Egli ti asciugherà il viso nel suo afflato paterno, con quel bacio innamorato che, pure, hai dimenticato, o ingrata. Perché, perché non lasci che a correggerti sia l’amore suo, che tutto perdona e tutto eleva, invece di continuare a sprofondare in un abisso senza riserve, con la tua condotta ribelle e superba? Eppure, sei stata visitata e, se non ti converti, nel giorno del tuo ultimo Battesimo il Santo dei Santi ti mostrerà il suo libello di ripudio. E la tua pena sarà la tua condanna più grande.


(22/09/2026)