L’imbarazzante pietra di paragone (ai duri di cervice)

Bene. Avete indossato l’abito nuziale, la cerimonia è pronta da sempre e voi non siete in ritardo. Non perdete il gusto di guardarvi allo specchio prima di lasciarvi fotografare ancora una volta: sulla giacca, direzione petto, precisamente poco sopra al battito cardiaco, il fiore all’occhiello scelto per l’occasione incarna per intero la vostra società. E con quel riso che sulle vostre labbra sguaiate tutto scompone si cela un qualche senso di vergogna, la stessa miseria che vi coglie quando in solitudine sempre lo specchio vi riguarda e con un disgustato rigurgito appanna i vostri occhi di riflesso, assi storpiati da chissà quali direzioni sconosciute, parallele. O mondi distrutti dall’ignoranza e dall’infamia, ecco. Io rimetto al memoriale degli stolti l’imbarazzante pietra di paragone sul solito, insoluto, ben espresso, intollerato, terreno dei giusti. Avete indossato l’abito nuziale. La cravatta che avete scelto è la più costosa, i vasi sono pronti. Tanti vi guardano con quel reverenziale timore che vi rende altezzosi ancor più, altri provano un imbarazzante senso di pietà. Beati, tuttavia, coloro che esulano queste sensazioni, dette emozioni, facili al rimbalzo. Il vostro indaffaratissimo momento giungerà su di voi come un laccio inaspettato; le nozze attese saranno il prologo di un’orgia dove l’interesse si prostituirà con l’onore. Ve l’ho già detto. Il fiore all’occhiello scelto per l’occasione incarna per intero la vostra società ma quella cravatta scende dal nodo inadeguato. Si spengono le risa, luci divengono tenebre e i vuoti sguardi incestuosi lo sberleffo dell’umanità.

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