Letargie vespertine
Interminabile, questa è la notte che non fugge via. Sui tavoli dalle neo-artificiali abbondanze, il fruscio cadaverico dei cipressi è pressappoco quiescente, e i gufi elettrici e le civette alimentate con il gas di oleodotti di scorta restaurano, tra le emerse terre, le ibride rarità di quei cervelletti tutti ancora da campionare, con il suono metamorfico del dio denaro, nell’attesa che si adoprino le vettovaglie più blasonate per la festa. La vostra festa. Presso quale dei subliminali altari vorrete alzare il calice, che vi è stato posto tra occhio e pensiero, traboccante ira e smarrimento, o anime sonnambule da resettare dentro le più laconiche letargie del vespero? Nessuno intende perché nessuno deve intendere. Così, come il cacciatore preda e la preda caccia. E ancora. Poiché smarrendovi, all’indomani nessuno potrà dirvi: questo è il ritorno, seguitene la via. E grande sarà la vostra pena. Non paragonabile a quelle pene che andate generando di ora in ora, alla luce del buio e al buio della luce, nell’ingovernabile marasma del pianeta. Avete rinominato quasi per intera la terra, senza salvarla col nome: alto, nero e alto, il cielo sovrasta un mondo bagnato integralmente da una luna che piange sangue e veleno. Prima che faccia nuovo buio, a più di qualche simpatico, in alcuni cervelletti, sarà donata facoltà di comprensione e di ripensamento. Inutile. Si sovvertirà perfino la gerarchia delle più gelide stelle. Non terminabile, in questa notte che non fugge, alle porte della città si è aperta una breccia. E il corteo che si va formando ai lati delle strade, delle piazze, riempie di frondose palme la via, mentre il concerto degli appena nati canta, con lingua universale, la dodicesima sinfonia del cielo, il quale risponde con le sue sette voci, spalancate da tutti i nomi degli angeli.
(28/09/2026)