Leggerezza nella quale mi contagio d’infinite uguaglianze

Ho il dispiacere del distacco,
leggerezza nella quale mi contagio
d’infinite uguaglianze, levigati sassi
che urtano di anima in anima
per giungere lì, dove a dissestato mare
il solco renda l’onda piatta.

Oh strazio sincero, tu più sublime
di qualsiasi felice menzogna,
sei la realtà in combutta coi misteri
e parte trafficata dall’amore più grande,
forestiero alla porta io busso al mondo
non per cercarvi uomo né bestie, ma il vero.

Esemplificazione austera di massa,
quale mite bisogno nutre l’asino stanco,
declina l’ora nei passi del bue gigante,
volge l’occhio del viandante ad oriente
quando la sera umidisce ogni stalla
e tutto ciò muove l’aratro sempre in avanti?

Ho il dispiacere del distacco,
leggerezza nella quale mi contagio
d’infinite uguaglianze, infuocati dardi
selezionati di faretra in faretra
per accendere il cuore di piena vita,
e quale gioia, e quale grazia.

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