L’ariete e le mimose

M’intristisce, di questa
stagione ormai consunta,
l’odore freddo, deposto,
delle sue cellule smorte.
L’avidità del suo ansimare
nei meandri architettonici
di troppi obesi giorni
l’umana pietà non raggiunge,
e ciò è forse da intendere
come il dramma più alto
che l’incarnato lamento coinvolge.
Questa mattina,
estraneo al mio frastuono
e alla mutevolezza,
troppo spesso intesa
come abbaglio delle cose vecchie,
ho veduto crescere vittorioso
su di un albero di magnolie
un ramo smosso all’esistenza
da occhi pieni di stupore
che s’irrigavano di presente,
di snudato amore.
O mimose, quale sacrificio
più degno di un ariete
saprete portare a compimento
per chi, nel secco legno,
si è immolato di futuro per l’oggi?

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