Lamento nazionale
Nel nono mese, il secondo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore è scesa su di me. Una parola di esortazione, di ammonimento, e di condanna, io ho udito. E così ho parlato: come l’ho intesa.
Introdurre ciò. E, nel compierlo, essere vissuti fino in fondo dalla verità tutta intera la quale, dal suo casto petto, fa dono di spirituale cibo a tutti quelli che si predispongono al suo intervento.
Suonatelo. A partire da questa città. Lasciate che la vostra bocca diventi uno strumento dal quale si possa udire, per tutto il paese, un lamento funebre nel mai cantato inno alla disgrazia. Indite un digiuno del cuore. Strappate via da esso ogni volontà di male, in ogni sua forma, sotto qualsiasi sua specie. Lasciate che a logorarvi sia la coscienza e non la ragione.
Andate. Proclamate che il disastro è. Esso và scalzo, precede un esercito enorme di scioperati che non prestano alcun ascolto, né in alto né in basso, e che compiono i loro delitti, da destra a sinistra, ballando e cantando sui sepolcri già imbiancati dei vivi. Si compiacciono delle loro libagioni e, durante le loro orge, vanno ammazzando la dignità, il diritto, ergendosi così a padroni, a capi dei capi e dei l’un l’altro.
Andate. Proclamatelo nelle strade di questa città. Poi, dalle sue piazze più popolate, salite sulle sue valli e dai colli più elevati proclamatelo. Sì. Non abbiate premura. È tempo. Gli intimoriti si sazieranno. I defraudati si uniranno ai vostri passi. La bocca dei lattanti canterà senza sosta per l’imminente, a scaturita notizia. Se qualcuno vi chiederà lacrime, non ne siate avari. Se cercheranno parole, non siatene schiavi. Perché se ci sarà un solo uomo che non crederà nel vostro operato, a causa di questo uomo si affineranno prima i cieli, poi si gonfieranno le acque, e infine si scuoteranno i mondi.
Infelice. Sì. Certamente infelice e sciagurato è quel paese governato da fanciulli: saranno preda del branco e dei violenti, e ad opprimere il tutto vi saranno dittatura e tiranni. Nel paese della dispersione nessuno tolga il suo labbro dal casto seno della verità. Lasciate pure che essa vi mordi, ma non fuggite dal suo solenne afflato. Chiedetevi, adesso: perché ad una generazione ipocrita e ribelle si è avvicinata? È per amore della stessa e perché non avvenga che su questa città, su questo popolo, su questo paese, si compia la tempesta del disastro.
Lasciatevi correggere. Convertite i vostri cuori e cantate, siate anche voi lo strumento di tale conversione. Prima, veramente prima, che questo luogo diventi l’ultimo monito e una definitiva condanna. Che non sia la disgrazia.
Ecco. Introdotto è ciò. Quelli che credono di velare il seno alla verità nutrono paura, e sono terrorizzati che i suoi mille e mille figli bevano la sua sostanza spirituale, la quale anzitutto è porta di giustizia e di pace, di gioia e di libertà. Tutti costoro credono che il potere, una volta raggiunto, gli consegnerà il mondo. Ma che giova conquistare anche il mondo intero se, a perduta vita, non si possederà l’Esistenza?
È un giorno triste. Certamente questo è un triste giorno.
Suonatelo alacremente. Fatelo senza sosta.
Forse il Signore Dio si ricorderà di parole d’amore, di lacrime abbondanti. Altrimenti, ad accusare questa città, questo paese e questo popolo, per le sue colpe e per i suoi delitti, si alzerà perfino Sodoma, e nemmeno Gomorra, a tempo stabilito, li compiangerà.
(02/09/2026)