La vedova misericordiosa e la parabola





Nel mese decimo, il decimosecondo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore si è posata su di me. Mi ha detto l’Altissimo:

figlio dell’uomo, siccome vogliono intendere solo quello che non devono intendere, e poiché ascoltano soltanto quello che vogliono ascoltare, anch’io per essi sarò ‘sì e no’. Loro sono la cupola, io la tempesta. Vanno sbrigando gli affari più efferati ovunque, sulla terra. Sappiano che il mio affare più grande non sono mai stati loro. Vanno dicendo e non vanno parlando. Tuttavia parlano, e senza dire parlano. Loro sono diventati l’osso, ma io sono il fuoco. Figlio dell’uomo, chi dunque farà per me da pentola? Ecco, io sono il fuoco e già bolle l’acqua. E chi mai sarà, per me, l’acqua, in questa pentola che bolle, che bolle, che bolle? Eppure, la carne. Loro, tuttavia, sono soltanto l’osso. Un osso che lascerò cuocere a fuoco lento e freddo, freddo e lento, sotto le gerarchie dell’acqua, della terra, del vento. Proponi, figlio dell’uomo, proponi loro una parabola.

Così dice il Signore: intendete bene:

Un uomo si recò in una città molto popolosa, conosciuta come paese delle genti e terra di nessuno. Giunto ai crocicchi di una delle sue piazze principali, steso il suo mantello su di un prato, gelato appena dalla brina, vi si gettò sopra, stanco, sfinito e stanco dopo le sue tre giornate di cammino. Gli si avvicinarono dei delinquenti, i quali pensarono in cuor loro di derubare il mal capitato ma, siccome ognuno di essi era intimorito per i pensieri che andavano facendo gli altri, nessuno, tra costoro, osò toccare né l’uomo, né i suoi averi. Uniti dalla medesima brama omicida, non condividendola, fecero sì che, oltre il loro merito, quell’uomo si salvasse da cotali intenzioni malvagie. Verso l’ora del sole alto, circa mezzogiorno, l’uomo si destò dal sonno profondo in cui era caduto per la sfinitezza, e rimessosi alle spalle il suo mantello, con la borsa carica dei suoi averi cominciò a camminare, intento in quello che doveva essere il suo ennesimo viaggio custodente la meraviglia della vita, accompagnato da una piacevole brezza che addimorava nei suoi occhi peregrini. Nemmeno quaranta metri dopo, l’uomo venne fermato da alcune guardie di quel posto. Esclamò un saluto, ma non ebbe neanche il tempo di dire qual’ era il suo nome. Fu ucciso con una fucilata alla testa, altre pallottole gli giunsero nella schiena, poi al resto del corpo. Lo spararono alle spalle, quelle guardie. Il saluto che esclamò l’uomo, tuttavia, fu eloquente. Egli disse: benedetto l’uomo che mi derubò della meraviglia nel petto, in vita, e sia benedetto come angeli del cielo, perché seppe che io l’ho già raggiunto, in piena verità e in sembianza di pace. Ecco. L’uomo restò esanime, morì dissanguato di lì a poco, e nessuno lo seppellì. Una vedova, mossa a compassione per l’uomo e per il suo tragico destino, gli coprì dapprima la schiena e le spalle col mantello, rimasto prodigiosamente intatto, e poi gli coprì il sanguinante capo con un telo, colmandolo dei suoi lacrimosi baci. Verso le tre del pomeriggio, per quella strada, in quella stessa via, passarono quei delinquenti che non avevano avuto il coraggio di fargli del male, e il loro cuore si turbò dinanzi a quella scena straziante. Sopraggiunsero intanto anche le guardie, quelle guardie che avevano commesso l’omicidio e, con loro, si recò una parte del popolo di quella terra, speranza delle genti. Un vento impetuoso, intanto, nel petto dei presenti cresceva e si moltiplicava, lasciando dimenticare presto la piacevole brezza mattutina. Nell’inquieto esistere che tutto ravvolgeva, in quel luogo dove l’ingiustizia, poco prima consumata, sembrava indossare, con affamati e volgari interessi, i più disonesti connotati del potere e del dominio, prese coraggio una donna. Era quella vedova che, soccorrendo l’ormai cadavere dell’uomo, aveva compiuto un alto atto di misericordia.

Ella, rivolta verso i presenti tutti, prese a dire: colui che vedete giacere a terra è la parola. Voi ne siete il peso, il carico. Per un attimo vi siete allegrati all’ombra della sua presenza. La parola è una parola che non si ferma, nonostante il carico e il peso. Essa è una parola che corre, che corre, che corre. Voi, invece, vi siete fermati. Sotto il carico delle vostre azioni malvagie, gli uni. Sotto il peso delle vostre punizioni capitali, i voialtri. E adesso: cosa ne sarà della borsa, ovvero, degli averi di quest’uomo che più di tra noi non è? Siccome nessuno osava prendere parte a tale discussione, la donna proseguì, dicendo: la borsa è il saccheggio, il saccheggio subito dall’umanità. Gli averi sono il bottino, il bottino che noi tutti incarniamo, oggi, dinanzi a tanto orrore: noi siamo il bottino che si è meritato quest’uomo, che più non è qui, la cui parola è una parola che corre, che corre, che corre.

Erano ormai giunte le piatte ombre della sera, di una sera squarciata in due territori di emozioni e sentimenti, di inquietudini e fragilità, lì dove le tenebre digradavano, silenti, tra i tepori più infantili. Nella terra di nessuno, al paese delle genti, un fanciulletto che giocava ai crocicchi di una piazza, scorse un mantello per la strada e lo poggiò sulle sue piccole spalle. E felice, il fanciullo, proseguì nel suo gioco, cominciando a camminare per quella strada, in quella via consapevole, terribilmente consapevole del suo primo pellegrinante viaggio. Per lui furono tre volte sere, tre volte sere furono per lui, quel suo ultimo mattino.

Oracolo del Signore.

Nel mese decimo, il decimosecondo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore si è posata su di me. Mi ha detto l’Altissimo:

figlio dell’uomo, siccome vogliono intendere solo quello che non devono intendere, e poiché ascoltano soltanto quello che vogliono ascoltare, rivolgiti ad essi con un’altra parabola. Ascoltino o non intendano, loro sono la cupola e io la tempesta. Vanno sbrigando gli affari più efferati ovunque, sulla terra. Sappiano che il mio affare più grande non sono mai stati loro. Vanno dicendo e non vanno parlando. Tuttavia parlano, e senza dire parlano. Loro sono diventati l’osso, ma io sono il fuoco. Figlio dell’uomo, chi dunque farà per me da pentola? Ecco, io sono il fuoco e già bolle l’acqua. E chi mai sarà, per me, l’acqua in questa pentola che bolle, che bolle, che bolle? Eppure, la carne. Loro, tuttavia, sono soltanto l’osso. Un osso che lascerò cuocere a fuoco lento e freddo, freddo e lento, sotto le gerarchie dell’acqua, della terra, del vento. Proponi, figlio dell’uomo, proponi loro un’altra parabola. Intendano o non ascoltino, certamente sapranno che io, il Signore, non dimentico chi di me si dimentica, e che non invano, non invano ho parlato.

Così dice il Signore: udite bene:

Oracolo del Signore:

Ora ti racconterò la storia – dice il Signore. È la mia.
E chi non rispetta lei non rispetta me.

E chi non rispetta me non rispetta lei.

Ora ti racconterò del suo frutto – dice il Signore. È mio da sempre.

E chi non rispetta lui non rispetta me.

E chi non rispetta me non rispetta lui in me, con me, per me. Da sempre.

L’amore può scegliere tra amore e amore dell’amore.

Il non amore può scegliere tra non amore, disamore e amore.

E l’amore dell’amore sceglie se stesso con amore.

Ti ho raccontato la mia storia con il frutto – dice il Signore. Mio da sempre.

Oracolo del Signore.


(12/10/2026)