La promessa feconda

«Così dice il Signore: “Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più”.» (Ger 31, 15)

La primavera si è bruciata,
dalle nostre ginocchia il dolore arde.
Passi svelti calpestano la nebbia dei fossati,
qualcosa di scuro si eleva con l’urlo della sera.
L’innocenza è trapassata dalla tragedia e dall’insania,
formalità del dubbio che sovrasta la rovina.
I cavalli chiudono gli occhi e corrono dietro la follia
piangendo spade con l’infierire proprio dei cavalieri.
Oggi la coscienza del popolo ha fermato i suoi moti,
anche se tante altre volte li frenerà in tal modo.
Un lamento si è alzato dal cuore di una donna,
in Rama. Rachele piange i suoi figli, che non sono più.
La primavera si è bruciata,
dalle nostre ginocchia il dolore arde.
Passi svelti calpestano la nebbia dei fossati,
qualcosa di scuro si eleva con l’urlo della sera.
Trattiene, tuttavia, gli occhi dal peregrinare la speranza
e le lacrime dagli occhi l’esistenza
poiché i suoi piccoli ritorneranno da altri mondi
e la promessa è feconda e madre della storia più grande.

«Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.» (Gv 19, 26-27)

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