La progressione dei tempi, la percezione, il concetto

La progressione dei tempi non è un concetto che potrebbe appartenere alla scienza, alla filosofia, all’uomo in somma di tale specie. Essa è l’intesa superiore dettata da ciò che noi, volgarmente, definiamo caos che, per ovvietà di sintesi, dovrebbe dunque collocarsi alle mammelle dell’indefinito, da noi rinominato altezzosamente come infinito. Varie sono le teorie che hanno portato l’universo a compiersi senza una logica sequenziale, difatti ciò che comprendiamo a riguardo non è che un granello di senape sopra un mare di sassi, ove corvi brulicano e pesci svolazzano, cavalcato da creature siamesi che trovano lo loro sincronia costante sottoforma di quadrupedi, angeli, mammiferi e volatili che si alimentano tra loro e che sono intervallati dalla identica alleanza alla quale sono sottomessi per la medesima natura. Nulla ci è dato di conoscere se non per passione della stessa conoscenza e niente potremmo indagare a fondo, sebbene dotati di intelletto, se non ci fosse concessa l’opzione dipendente dai fattori animici di dilatare i confini non eterogenei del bene e del male. Possiamo riconoscere, in definitiva, che tutto ciò che vediamo è ciò che l’occhio vede, tutto ciò che udiamo è ciò che l’orecchio ascolta. La percezione non è un concetto che potrebbe appartenere alla scienza, alla filosofia, all’uomo in somma di tale specie. In fondo l’universo è l’etichetta applicata su di una lavagna quasi del tutto sgessata e in alto è un dettaglio rivalutato dal diktat della parola. Si, dovremmo ammetterlo. Siamo dei derivati di alcune particelle atossiche completate dalla patologia genetica e cromosomica di un io che nemmeno ci appartiene. E il concetto, qui, non sussiste.

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