La falce nulla può contro il furore della folgore

Quanti cervelli ridotti, più e più, a scheletri.
Ossa nemmeno sepolte che rinnegano la terra a un tempo e che osano evocare il passato, strappando all’olocausto l’improbabile promessa, l’inviolata preghiera, l’amata e reclusa certezza.
Nessuno prova più il piacere sovrano di coltivare il presagio, di seminare nell’altrui terreno, non per ricavarne il solito e arrugginito talento, sia chiaro a chi ha già contenuto in sé una traccia esplicita di presente, bensì per arricchirlo, fosse anche del più temuto e acclamato portento.
Sì. Abbiamo il gusto da nonnulla ormai e consideriamo l’altro come commestibile materiale da consumare in fretta, molto in fretta. Quanta miseria in questo nefasto naufragio, comune e più che mortale.
Da oriente ad occidente la campana suona sotto lo stesso cielo che rimbomba l’eco smorta di chi un urlo avrebbe volentieri gettato pur di ricevere una benedetta carezza, un attimo, anche solo un istante prima di finire tra i finiti. E la chiamiamo sorte. Già, perché adesso la sorte ha il colore epico di sorella morte.
L’orgoglio rende ciechi e stolti. Tardi e mai muti però, il cuore lento e la bocca sempre piena, con un occhio sempre pronto a profanare cimiteri di speranze calunniate.
Ma la falce nulla può contro il furore della folgore.
Fratelli! Salvate la libertà del bruco e non dei veri dissepolti.
Ipocriti. Quello che dovete all’uno non dovreste forse ancor di più all’altro? Prima di voi stessi c’è una pluriforme massa che assume forma di repressione differenziata. Le guerre, poi.
Interessi fratricidi da strozzini. Se ne ha abbastanza in questo tempo fiaccato dal male peggiore: l’idolatria della bruttezza.
Ah! Sete di vita. E quanti cervelli ridotti, più e più, a scheletri.

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