In ottici frammenti d’iridescente levità

Perché il sonno,
– quest’indurita scienza dal crepuscolare quarzo –
anche il più disadorno e profondo,
reca fasto e grazia nel dominio dell’ombra?

E quale disperato uomo può definire vita
quella traccia di mera esistenza
che svanisce nell’alveo prossimo dell’oblio,
questa duttilissima specie senza sede, senza forma?

Eppure brilla, per poi confondersi a postuma sostanza,
l’alterigia delle stelle, nei convenevoli dell’arcana reggia,
volta e coscienza per la lingua spensierata della notte.

Quale migliore disfatta la trascina verso il vocio dell’alba
per constatare il mancato destino, la bella sorte,
trascorso appena e, suo malgrado,
tutto ancor nuovo da possedere, da trascorrere?

Sonno, rivelami: anche nel tuo guizzante, tardo desiderio,
v’è la connessione libera dall’acqua resa pura,
in ottici frammenti d’iridescente levità,
per la danza diafana del giorno?

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