Il suo nome dentro al mio nome. Terribile
Nel sesto mese, il decimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Egli mi ha detto: figlio dell’uomo, rivolgiti verso il luogo della mia sepoltura. Guarda e poi mangia, mangia il mio corpo e saziati pure del mio sangue. Ti sembrerà dolce al palato, ma subito dopo sarai ricolmo della mia stessa ira. Piangerai, ti lamenterai, cantando una parabola per chi più non vuole intendere né ascoltare. Io giuro sul mio nome che la intenderanno e che la ascolteranno. Ma non gli servirà. Difatti non è per la loro giustificazione, ma per dare gloria alla giustizia eterna.
Tu dirai, dunque, così:
Ho veduto alzarsi un fragore di suoni, un lucore di frastuoni mi ha sgovernato l’animo e tacerlo no, tacerlo non posso.
Come il raccolto di marzo nei suoi terribili baci.
Sono acqua, distesa su equidistanti golfi emersi dal medesimo lampo, io, abitante di un’eco mai doma dall’inusitato riflesso.
Emerge il feto vivo di un dialogo non ancora trascorso, cullato dai grappoli corallini della sorgiva burrasca.
Un sole di carne si va dissanguando su di me e, improvvise, profondano rugginite tenebre sulle mie gambe tremolanti.
Mi verso come ombra che passa sulla mia colpa: il suo nome dentro al mio nome, terribile.
Come il raccolto di marzo nel bacio della morte, il mio nome viene lasciato in balìa della terra, e nessuno, nessuno lo seppellisce.
Solo una donna, una donna solo mi è accanto e lo canta:
Gerusalemme, Gerusalemme.
E non voler ascoltare, per non saper piangere.
Irrimediabile. Irrimediabile.
Adesso, figlio dell’uomo, dirigi il tuo discorso, verso i monti e i colli: magari, magari ti sentissero anche le isole, le più lontane. Lo faranno o meno, tu parla così:
Oracolo del Signore Dio:
Non più scorrono latte e miele
nella tua terra.
In verità hai deturpato,
con la tua ignobile condotta,
ogni fonte di salvezza
e ogni sorgente di grazia che,
per secoli e secoli,
hanno assicurato
al tuo popolo e alla tua nazione
protezione, benedizione, prolificazione.
Hai concepito un nodo,
e lo hai reso impossibile da sciogliere
perché mescolato a chiodi.
In esso vi si trovano ben tre capi:
la tua memoria storica,
la tua coscienza popolare,
la tua ragione di esistere.
Il tuo scopo è perverso.
Infatti,
io conosco
ciò che vai progettando,
da sempre,
ciò che vai demolendo,
ciò che vai violentando.
Ma, ormai,
le tue illecite opere usuraie
si sono usurate.
Dinanzi a me tu hai fallito.
Questo ti è stato ripetuto mille volte.
E mille volte tu mi hai tradito, rinnegato.
Sì.
Tu hai fallito
come fallirono i tuoi uomini, i più valorosi,
in battaglia,
ai quali allentai gli archi
e le cui corde si spezzarono.
Rimasero come nudi,
pasto per le fiere più feroci.
Fu per loro il castigo.
Ma tu li mandasti a morire.
Dunque: meriti che io
da quei nodi ti recida
perché la giustizia si compia
davanti ai popoli e alle nazioni.
Tu, prescelta tra tutte,
sei stata, tra tutte,
da me rigettata.
Potrei affinare con la sola parola,
e senza in altro modo agire,
la tua memoria,
far rifiorire la tua coscienza,
dare nuova esistenza
alla tua stessa ragione.
Ma tu,
tu vuoi saziarti soltanto
dei tuoi tradimenti
e delle tue prostituzioni,
o corrotta, o altezzosa, o idolatra.
Sei omicida.
E come, dimmi,
come i tuoi padri
potrebbero provare pietà per te,
oggi?
Oh, le mie viscere!
Si struggono
e ho doglie come di partoriente.
Si scatena dentro me
un vento che ti darà
il più grande dei tormenti.
Io farò di te
un ultimo avvertimento
per tutte le nazioni
e per ogni popolo.
In te cadrà il giovane e l’anziano,
il povero e il ricco,
il debole e il forte.
In te farò cadere
coloro che seggono sazi
e coloro che patiscono la fame.
I monti tremeranno
e i mari si alzeranno,
la terra tremerà
e il mio monte santo,
con tutta la sua spianata,
si spaccherà in due,
dal tramonto all’alba,
quando mi manifesterò
per quello che in te,
e in tutto,
io sono.
In verità
sono disgustato
dei tuoi insulti alla vita:
come quando padre e figlio vanno,
in pieno giorno,
di mezzo alla piazza,
da una stessa donna
con l’intento di profanarla nel corpo
e nessuno,
nessuno fa o dice nulla, per evitare che questo avvenga,
così io adotterò
un giusto metro di giudizio con te.
Tu,
che tanto vai vantandoti
delle tue giustizie fasulle,
vergognosi atti,
figli di inconsistenti vendette:
per il mio nome,
e non per altri,
tu vedrai il mio volto
e nel mio volto tacerai,
sperduta per sempre.
Vagherai raminga,
nel deserto dei valori
che hai ideato per te e per altri,
e il tuo pensiero unico
sarà in un dolore nella memoria,
nella coscienza e nella ragione,
il quale divezzerà
sette volte al giorno
la tua dannazione,
in perpetuo.
Prima che tutto questo avvenga,
proseguirai con le tue inaudite violenze,
opere nefandissime di rinnegamenti,
di tradimenti e di distruzioni.
Oh, idolatra!
Tradendo me,
hai rinnegato l’umanità
e la tua stessa dignità:
davvero schiatta di Caino
sei per me diventata,
e non discendenza di Abramo.
Non ti chiamo per nome.
Come un figlio,
che vende la sua primogenitura per una misera pietanza avvelenata dai rimpianti,
il nome tu lo hai perduto
in una delle tue tante battaglie:
ai miei occhi, oggi,
non sei altro
che mescolanza di nodi e di chiodi,
prodotto avariato e impuro
di un vitigno degenero e bastardo.
Ecco.
Tu mi hai tentato,
o perversa dal cuore indurito,
come nel giorno
in cui mi tentarono i tuoi padri,
mettendomi alla prova.
Se essi non entrarono
nel luogo del mio riposo,
dove latte e miele
scorrevano in abbondanza,
cosà pensi accadrà a te,
che hai perseverato nel male
e moltiplicato i tuoi abomini?
Il luogo del mio riposo tu lo vedrai,
sì.
Perché sarà lui
a distruggerti definitivamente,
quando passerò in rassegna,
uno dopo l’altro,
tutte le tue nefandezze,
i tuoi delitti,
o assassina, o idolatra, o perversa.
In verità,
egli tiene in mano la pala
per pulire la sua aia
e per raccogliere il frumento
nel suo granaio;
ma brucerà la paglia
con un fuoco inestinguibile.
Tu lo vedrai,
sì.
Ma non comprenderai.
Ecco. Ho parlato.
Giuro sul mio nome
che non una mia sola parola
cadrà a vuoto.
A tempo stabilito,
io realizzerò e compirò tutto questo.
Oracolo del Signore Dio.
Nel sesto mese, il decimo giorno del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, lo Spirito del Signore è sceso su di me. Mi ha detto l’Altissimo: figlio dell’uomo, rivolgiti verso il luogo della mia sepoltura. Guarda e poi mangia, mangia il mio corpo e saziati pure del mio sangue. Così ho fatto. Poi, come se avessi le viscere strutte, nell’ora della misericordia divina ho innalzato a Dio, Terribile e Compassionevole, la mia supplica adorante, tra pianti, lamenti, e guai.
Ho detto:
Sul Golgota del ventunesimo secolo siamo stremati, per le tante croci, e abbattuti, per l’immenso dolore: Dio Padre, poni nel cuore di chi è stato scelto a governare la tua Terra, e nella mente dei potenti di questo mondo che la opprimono, un tralcio di vita benedetto e trabocchi da esso, nuova, la nostra fede. Si ravvivi, allora, la nostra speranza, si accenda e si rinnovi la nostra carità, così da apparire, ai tuoi venerabilissimi occhi, bisognosi del tuo aiuto, affinché non ci siano più lacrime ad affrancarsi sui tanti legni spezzati di questa generazione, ma una sola carezza materna, la più immacolata, ad aiutarci a chiederti perdono. Non farci piangere ancora sulle nostre tante Gerusalemme. Facci rinascere in spirito e verità, e saremo noi la nuova tua creatura adorante te, Padre Altissimo, amore della nostra nuova condizione di comunione con il mistero Trinitario. Trasfiguraci d’eterno.
Amen. Amen.
(10/06/2026)