Giuseppe

(Sotto un cielo che piangeva stelle e carestia)

Non avrei mai potuto immaginare che mi odiavano fin da desiderare la mia morte. Io, ultimo figlio di un raccolto abbondante, ero già perduto mentre pascolavo i miei desideri e i miei anni, la mia ingenua promiscuità alla stessa vita che stava per crollare sui passi di chi mi stava dietro e avanti. Venne il giorno propizio per i malsani desideri di chi amavo. Erano loro, i miei fratelli, tutti più grandi di me, che avevano sancito la mia condanna. Si trovavano a Sichem per portare al pascolo il gregge di nostro padre, Israele. Io mi trovavo con lui, figlio del suo amore. Decise di mandarmi dai miei fratelli ed io, carico della mia esistenza, seguii la sua volontà, il suo comando, una prova di fiducia per la mia maturità. Mi avviai, così, grato e felice per tale decisione e li raggiunsi. Quando mi videro arrivare cominciarono a complottare tra di loro fino a decidere per la mia fine. Sorridente stetti in mezzo a loro ma essi, mentre si spartivano la mia amata tunica, chiamandomi signore dei sogni, stavano per infierire contro la mia innocenza. Mio fratello Ruben, d’un tratto, convinse gli altri a non versare il mio sangue perché sarebbe ricaduto su di loro e sui loro figli la maledizione, così decisero di gettarmi in una cisterna vuota, senz’acqua. Ciò non bastò. Compresero che potevano trarre guadagno dalla mia carne, dalla mia figura non più presente ai loro occhi ormai fasciati per la cattiveria, e mi vendettero come schiavo a dei mercanti che passavano di lì; erano madianiti. Fui così ceduto, la mia vita fu resa merce di scambio per venti sicli d’argento. La mia schiavitù si avviò sotto un cielo che piangeva stelle e carestia in Egitto, lì, dove avrei compiuto l’opera decisa dal Signore.

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