Gelo anch’io come una stella al giorno

Parlare di me sarebbe come offendere l’umanità che dentro mi consola. A stupire quest’anima sempre più assetata del nettare sparso sui fiori da campo, della rugiada stillata dai cieli per l’esordio mai definitivo, pieno, delle altezze, resta il tuo inconcepibile turbamento nelle doglie della gioia. Incedere nell’ora che ancora non mi appartiene dalla luce natìa che prevale con la gelata tutta delle stelle equivarrebbe, forse, alla rarefazione dell’unità non solo corporea che, oltre l’immoto esistere, da sempre mi compete. Il morso delle palpebre che adesso sta per coniugarsi con quel tanto atteso parto non di sole lacrime investirà il mio volto, poiché l’utero dell’ombra è digià steso nel prolifico silenzio che al tempo mortificherà le cataratte del sangue assise come un nido di spine sul prevaricato istante. Da quale riposo evadere, quale aurora si sta compiendo mentre gelo anch’io come una stella al giorno?

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