Come una Rachele che sa dei suoi figli

In questo quadrilatero monco della sua ultima caserma è la fogna ad indurire il canto di battaglia, quell’arrogante mezzo di comunicazione di massa attraverso il quale si lascia la gente morire alla mercé del più indegno torpore. Oh, quale grazia sposa dell’immunità, che più si manifesta e più nei suoi sorrisi marci e recrudescenti prostituisce, immola i suoi piaceri. E così, come una mamma che passa in rassegna i suoi piccoli uno ad uno per l’ennesima carezza prima di lasciarli andare per l’ultima volta nei pascoli della esistenza, io posso provare lo straziante dolore di un invisibile paese che nemmeno sa di stramazzare il suo urlo disonesto nella gola della sua sottomessa pubertà. Omettendo lacrime tra le fiamme del vile orgoglio e della più ignorante visione di una realtà sempre meno illuminata dai fasti della vita, ecco scorgere giorno dopo giorno quell’appiattito lamento di chi nemmeno vuole più lamentarsi, mentre va quel paese, senza più paese, come una Rachele che sa dei suoi figli e non vuol essere consolata.

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