Come la più soave nota del mattino

E dunque il suo risveglio,
quiete della nostra quiete,
sposato nella foce
rosa dell’appartenenza,
avvivi quel che resta
del nostro silenzio,
di ciò che abbiamo sciupato
col nostro dissennato sentire,
lasciando che il canto suo
riecheggi nel vortice vuoto
dell’anima privata di gioia,
di luce, per la perseveranza
della materia, questa noia
che non altro da che
cenere e malinconia.
Quale strappo ricucito
e ferita risanata rimbombano
nel suo parlare, in quel suo
dire mai fugace; sempre
a pienezza universale
sgorga l’indomito ruscello
che freddi ci riscopre,
attoniti e soprattutto umani.
Lei che, fervida e celeste,
ama farsi chiamare
semplicemente da chi
quel silenzio, quella ferita
e quell’ardore, lasciano librare
come la più soave nota del mattino.

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