Arcangelico

Traligna in me tutto ciò che è avanti a me per soggiacere alla legislazione effabile che mi condusse a carne, ineluttabile. E non questa acre dimora né l’incatenamento sanguineo diedero spiro a questo limbo etereo quanto atroce, terreo spasmo, alla sì composta rivelazione, tempo di gaudio e di apnoico linguaggio. Fu quel che non ancora nel mio volgo umano io parlo, lagrimosa speme che più non empie il dardo, pupilla che di siccitosa specie, di visione in visione, entro la corolla folgorante diviene simbolo e paese ad ogni istante. Al palmo che volle schiudermi le labbra, tra ciglia e ali, alla emanazione intima e terribile che dietro me promana in vagiti di ruggiti inesprimibili, rendendomi cacciatore d’aria, a quell’amore tanto antico di giorni come tanto antico di giorni io amo e proclamo, potenza che in me si esprime col suono della fiamma, questa è la mia solenne ora, la liturgia di chi si decompone in attuale. Eppure io sono per adempiere tale giustizia, senza l’avallo fenomenico della più temeraria giustificazione. Io vivo. Ciò non assurge il diritto a comprensione di cause e di tempi, piuttosto è la consapevolezza di essere niente, nel niente del niente. Linguaggio che lento e veloce si disfa e si genera in me, per me. Il Vivente, è per lui che oggi qui, traligno indiscusso di materia e di concettualità, io sono. Pupilla, sì, del nome nel suo nome, attraverso naufraghe razze, specie, e infine luci, che in me si compiono e si scongiungono, in moti inversi, devastanti, per così rendergli gloria e onore, a chi è anzitutto potenza, sapienza e vittoria, nel mio bacio del suo bacio, con il sacro legno dell’infamia, il millenario cedro della Palestina.


(31/10/2026)