Nel quarto mese, la diciottesima notte del mese, nel ventiseiesimo anno della duemillesima età, la mano del Signore è scesa su di me.
L’Altissimo così mi ha parlato:
figlio dell’uomo, vanno dicendo che non devo procurarmi di proporti a loro. E su di te vanno infierendo, affinché tu non parla. Può il leone non ruggire dinanzi alla sua preda? L’aquila può inabissarsi anziché levarsi oltre l’ammalato sguardo di tanta genìa incredula, tiranna?
Tu, ecco. Tu, oggi, non dirai “oracolo del Signore”, bensì tu stringerai e canterai le mie parole, mentre le partorirò tra le tue mani. E poiché hanno offeso il mio Onnipotente Nome, tutti questi sapranno che, presto, quello stesso nome, lo dovranno guardare in viso. In quel giorno non baderò alla misura, con essi, riguardo all’adempimento della mia giustizia. Ma non gli è bastato stancare il mio di nome, tuttavia. Infatti, essendo empi e ribelli, non si accorgono che vanno corrompendo il loro nome ad ogni istante, momento dopo momento. Stolti. Lenti e stolti di cuore. Non gli verrà aperto né occhio né cuore, a tutti costoro, affinché non si convertano dalle loro mali opere e io non li perdoni.
Orbene, figlio dell’uomo, tu dirai così:
Offri la tua decima a chi ti è d’aiuto,
a chi ti vuole salvo.
Guarda.
Dormono le fiere nel deserto
e nulla muore, nessuno piange.
Tu t’impadronisci dei seni della vipera,
e raccogli il canto del suo sterco
con le tue labbra penzolanti.
È per il bacio delle vittorie,
per gli spasmi delle rinnovate battaglie,
che trovi quel bisogno indenne
di giungere al traguardo,
a quella perversa meta
che gli stolti chiamano coraggio.
Ho visto il buio giallo
entrare come un drogato di menzogne
dentro il tuo più grande abbaglio:
e confondi il veleno,
lì, dove latte di serpe sboccia solo per te.
Oltre la siepe tu hai desiderio di arrivare,
oltre i suoi seni penzolanti.
Ma c’è la voce tua che non ti accoglie,
il canto della vipera
lo hai sempre inciso tra le labbra.
Si desta il deserto
e sfioriscono le lacrime,
mentre le sue fiere
combattono la loro ultima condanna:
guardare in viso
colui che è servito dagli angeli.
Ammira, adesso.
La città è in pace.
Nulla canta.
Le mie mani
contano dodici volte le sue colonne,
i suoi baluardi.
Tra le mie labbra un fiume rallegra
le parole che ti riguardano.
Se solo tu offrissi la tua decima a chi ti è d’aiuto,
a chi ti vuole salvo.
È per il bacio dei fratelli
che a vita nuova nascono padri,
che si nutrono di amore le nazioni.
Perché non serve dare nomi al passato,
se questo passato
è tra le braccia delle loro madri.
E vento.
Forte soffia il vento tra i canali.
Le labbra mie
baciate dal fiume che li ha resi forti,
e che li ha fecondati.
Una luce.
Una luce ci riconosce all’alba.
Buio giallo: lì, oltre la siepe,
a calpestato latte avvelenato,
io bevo la città
con i miei occhi innamorati
e stringo assieme cielo, vento e mare.
Tutto io stringo e canto,
con la voce degli angeli
che giorno dopo notte,
notte dopo giorno,
va partorendo tra le mie mani.
Questa allegoria si canti a voci alterne, da uomo a donna, di stagione in stagione; quando il fiore di melo darà nuovo il suo frutto, fino a che la vita in ogni amore andrà rinnovellandosi, in un solo corpo e in un solo spirito, come rugiada che dal basso verso l’alto spalanca le dodici porte della luce, l’eternità andando.
(18/04/2026)


