Acri rumori falseggiano sui lampioni della notte

Acri rumori falseggiano sui lampioni della notte, lì dove lo sciacallo trova dopo i suoi agguati requie, pace. Un paesaggio infecondo di luci e sorrisi, di serena ingenuità, spalanca le sue fauci profonde per noia quasi, bava stridente che calpesta i suoi orfani incendi, le sue esasperate alluvioni, le sue devianze tritate nella gettonata pentola degli orrori. Ed essi scendono, nella piazzetta della integerrima cucina, senza mostrare il loro ennesimo misfatto all’occhio sempre vigile dell’altro, per la parità dei gusti, per la disonestà dei sessi. E sui marciapiedi delle apparizioni e delle sagre ci si organizza per far bollire il prossimo sciopero. Non quello della fame però, affinché la mano destra non sappia quello che dica la sinistra, bensì quel che bocca predisse nell’orecchio di colui che per gli invitati ode la sommossa per il mancato assaggio. E ascolta. Il fuoco è ormai alle porte della giustizia. All’interno della pentola il piatto brucia, al suo esterno languiscono i poveri. Le vedove sentinelle guardano il terrore liquefarsi come nel crogiuolo non osano i metalli, mentre le ripide menzogne suonano col carbonio di un’alba ossidata la ritirata silenziosa della favola. E acri rumori falseggiano sulle impalcature traballanti degli amori intercettati, del mezzogiorno vinto e non compianto, lì dove lo sciacallo troverà la sua carogna dopo i suoi agguati.

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