Abbiamo anticipato il giorno.
Non è stato indolore.
Come la donna,
non appena dà alla luce
una nuova creatura,
la sua creatura,
così noi:
con la meraviglia in petto
e il domani agli occhi,
abbiamo subito dimenticato
le profuse dimensioni
di un sì travagliato parto.
È la vita.
Un intervallarsi di fuoco e di memorie,
di partecipazioni e di sangue,
luogo in cui anche lo spazio
sembra dileguarsi per poi rassembrarsi,
in un viavai di regole e di misure che,
piano piano,
stabiliranno l’edificio spirituale dell’uomo
con massiva grazia e solerte severità.
Parallelismo temporale,
dove ogni pulsione,
ogni palpito,
ritrovano le primigenie strutture oltre-genetiche,
e proprie dell’attimo.
Dovremmo spingere dentro questa vita,
all’interno di questa novella creatura,
il giorno,
dal suo etereo grembo,
– sì innocente e prospero,
la parola, la creatrice,
colei che, sola,
è in grado di compierlo il mondo,
senza finire,
mai.
Passeranno,
sopra questo esatto tempo,
cupole di mari,
coi sentimenti mai sopiti dei vulcani,
e cieli costellati di nativi germogli:
le nostre voci.
Sì.
Andremo con labbra docili,
tra i briganti di promesse
e i ladri di speranze,
a illuminare le vecchie e nuove ombre,
come angeli
che trasportano la celeste ospitalità,
poco prima
che un intervallarsi di fuoco e di memorie,
di partecipazioni e di sangue,
stabilizzi il giorno,
la creatura generata,
la vita e la sua struttura,
con solerte grazia e massiva severità.
Prospettici e pervasivi,
noi saremo,
per la fonte di ogni gioia,
sempre più uniti al suo mistero e,
a distrutte doglie,
ci tramuteremo in acque gemelle
tra le già rotte acque.
All’esistenza,
per dare vita e luce di esistenza,
la luminosa e la vivente,
anticiperemo il suo concepimento,
tanto che non le occorrerà più alcun travaglio,
quando la parola avrà la sua parola
tra le possenti braccia della pace.
(21/07/2025)


